Proseguiamo, per qualche giorno, nella poesia per l’infanzia del tempo che fu. Per esempio questa di Edmondo De Amicis. Certo, il linguaggio qualche volta ci può apparire desueto e arcaico, ma nell’insieme la poesia tiene e ci commuove ancora.
Certe poesie non finiscono mai nell’oblio, diventano dei classici: d’altra parte Dante è sempre Dante, pur se noi non scriveremmo mai oggidì come lui. Ma quello che ha scritto resta come un monumento.
A mia madre del grande Edmondo, l’autore del celebre (e a suo modo sempre attuale Cuore) è una meraviglia di amore materno. Perché passano le generazioni e le visioni del mondo, ma l’amore che si ha per la mamma è qualcosa di unico e irripetibile.

L’amore tra uomo e donna è sempre precario, non è detto che duri, ma quello per la madre (tranne rari casi, ovviamente) è eterno e dura anche dopo la sua morte. È lei che ci ha tenuto per nove mesi nel suo ventre, è lei che ci ha messi al mondo e ci ha dato i primi rudimenti della vita. Come si fa a non avere per lei amore e gratitudine? Non è retorica e De Amicis ha saputo cogliere appieno questo sentimento.
A MIA MADRE
Non sempre il tempo la beltà cancella
o la sfioran le lacrime e gli affanni
mia madre ha sessant’anni
e più la guardo e più mi sembra bella.
Non ha un detto, un sorriso, un guardo, un atto
che non mi tocchi dolcemente il cuore.
Ah se fossi pittore,
farei tutta la vita il suo ritratto.
Vorrei ritrarla quando inchina il viso
perch’io le baci la sua treccia bianca
e quando inferma e stanca,
nasconde il suo dolor sotto un sorriso.
Ah se fosse un mio priego in cielo accolto
non chiederei al gran pittore d’Urbino
il pennello divino
per coronar di gloria il suo bel volto.
Vorrei poter cangiar vita con vita,
darle tutto il vigor degli anni miei
Vorrei veder me vecchio e lei…
dal sacrificio mio ringiovanita!
Daniele Giancane